Il teletrasporto non esiste per come lo concepiamo: una fotografia non provvisoria per Giovanni Manfredini

May 3, 2017

 

Il bar di Vignola con i discorsi sull’amore e la vita, i problemi sentimentali, l’onestà, quello che vuoi non cambia mai anche a cinquat’anni, la brioche integrale con il miele il succo di frutta, i camerieri troppo impostati, il lei e il grembiule, i biscotti e i muffin che mi mangerei senza ritegno protetti da vasi e coperchi di vetro.

 

La grande jeep che guida stando seduto in maniera scomposta anche se in effetti sembra comoda ha le gambe lunghe e un modo di fare molto rilassato mentre mi accompagna avanti e indietro dal suo studio in mezzo ai campi in quel bar di Vignola dove mi offre il mio solito caffè al ginseng e una brioche integrale.

 

[ L'antefatto è che il 20 dicembre 2016 mi scrive un'email in cui mi dice che gli è capitato di parlare di me e finisce su WhatsApp che mi chiede di andare in studio da lui per fare una foto di cui ha bisogno. Il 15 marzo, dopo un incidente autostradale l'anno nuovo e diversi impegni sono finalmente nel suo orizzonte ]

 

I cambiamenti e lo studio di Milano che cerca da mesi, anche se questo non lo abbandonerà; mi racconta di quello di cui si è innamorato.

Questo che adesso ospita sul pavimento della sala principale un’opera fatta di lune-estasi, che aspettano solo che io le fotografi prima che lui smonti tutto e renda l’opera definitiva.

 

La serendipità di appoggiare i quadri a terra e trovare un senso estetico, un mandala che poi verrà distrutto in sé e per sé per trovare nuova forma.

 

 

Una volta un fisico mi ha detto che il teletrasporto non esiste per come lo concepiamo, che non è possibile traslare la materia mantenendo l’identità di quello che era prima. Quel fisico aveva nella sua borsa, assieme agli appunti delle sue lezioni universitarie, una copia della Repubblica di Platone.

 

Mi fa salire al primo piano dove posso vedere l’operapavimento dall’alto e fotografarla concedendomi l’imperfezione di una prospettiva sbagliata, troppo laterale, ma è quello che ho e va bene così. Va bene dopo un po’ in realtà, perché all’inizio mi oppongo all’inevitabile e poi mi arrendo un po’ alla volta, sapendo che sarà l’ultima occasione in cui potrò vedere questo spettacolo che aspettava proprio me e la mia 6.

 

Lo studio è bianco e nero, ci sono croci e molti libri. La stanza che lui abita è tutta chiara e ospita una serie di quadri per ora appoggiati a terra in cornici provvisorie.

 

 

Sono lune e io ci cammino sopra mentre ascolto quest’uomo che mi mostra una pola di Araki che ha acquistato e mi chiede Ti piace?.

 

 

Dimentico l’ansia da prestazione che mi ha accompagnata da Reggio Emilia a questo mondo parallelo in 43,4 km e Bluvertigo mentre guardo queste mani che sfogliano libri e bozze, queste mani che sono sporcate di nero.

 

Giovanni Manfredini, a Te.

 

G.

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