Come i reggiani ti fregano la dieta: Save the Scarpasòun

April 11, 2018

 

Tramandare una tradizione è tradurre: portare oltre (dal latino, trans-ducēre) il tempo e lo spazio. Un passaggio di consegne, stasera, una traduzione da zdora* a numero X di persone, fra le quali questa fotografa che si affetta le dita quando sbuccia le patate o taglia del cioccolato fondente*.

Stasera porto oltre/attraverso/per me l'erbazzone, senza demordere al fatto che la cucina è a volte il mio luogo pericoloso, ma così divertente anche in quanto tale.

 

L'erbazzone è una torta salata tipicamente reggiana con dentro bietole e cipolle. Dirai "Beh, leggera".

Aspetta: la base per il ripieno la si prepara con burro e lardo, mentre nell'impasto devi aggiungere lo strutto, sia dentro che fuori.

 

Ecco come ti fregano i reggiani e, in generale, gli emiliani. Sarà per questo che dicono che siamo persone felici e ospitali - ma solo se non sei a dieta, altrimenti è un casino.

 

Arrivo volando al Catomes Tôt perché, posseduta improvvisamente dallo spirito della migliore casalinga, dopo il lavoro e prima di uscire per questo corso di cucina e traduzioni decido di pulire casa e fare la lavatrice. Credo di avere esagerato, ma è l'effetto che mi fa sapere che tra poco compirò un vero e proprio rito.

 

Mentre io sbrigavo queste faccende e arrivavo in ritardo, arrivava in ritardo anche la zdora Isella perché si era messa in giardino a rilassarsi (lo dice ridendo e ridiamo tutti, Donatella compresa).

L'esperienza è una grande cosa anche quando si tratta di fare tardi e ognuno ha il suo metodo.

 

 

 

La seconda volta in poco tempo qui, fra queste pareti e le tavolate con i taglieri, a sporcarmi le mani e a fotografarne altre, quindi a sporcare la macchina fotografica per tradurre nel mio linguaggio e nelle mie foto

 

Save the Scarpasòun

 

(*) A questo punto, nel mio precedente post su Save the Caplét avevo scritto che mi taglio poco spesso, ma qui devo fare un (doloroso) aggiornamento: 2 volte nelle ultime settimane.

 

Nella borsa infilo, secondo le richieste, un coltello che avvolgo in un burazzo* che chiudo con un elastico per capelli e il grembiule sporco di farina dall'altra volta, ai quali aggiungo la mia 6*. La farina non era richiesta, la 6 sì.

 

Ad accogliere me e altre 16 persone il cartellino con il proprio nome e il kit di montaggio per un erbazzone:

 

* ricetta

* contenitore in alluminio per cottura al forno post assemblaggio di un mini-erbazzone

* bietola già bollita per il ripieno (2 conf., una da cuocere durante il corso ed una già pronta)

* farina

* mini-bicchierino contenente olio di semi

* mini-bicchierino contenente strutto

* mattarello di legno con scritta incisa TE PROPIA 'NA BRÈEVA ZDŌRA* che ti porti a casa

* aperitivo di benvenuto (erbazzone, mortadella tagliata a cubetti come avrebbe fatto mio nonno, pane, torta di riso, acqua e vino)

 

 

L'erbazzone è una di quelle cose di cui si vantano i reggiani, il souvenir che porto agli amici di Roma nei contenitori di plastica anche se ho finito lo spazio in valigia. È, come spesso i cibi della tradizione, oggetto di discussione soprattutto oggi che ne esistono versioni alternative: per celiaci e vegetariani.

La democrazia può essere una libertà da accettare con dei compromessi.

 

E così io, non reggiana e non-più-vegetariana-del-tutto (...), mi trovo immersa nella traduzione dello strutto.

 

Questa sera, a differenza del corso sui cappelletti, fare le foto è più complesso: l'erbazzone prevede un'esecuzione più rapida e, grazie al lardo e allo strutto, più scivolosa.

Infatti, per quanto cerchi di fare uso di scottex e burazzi ad un certo punto guardo la mia macchina fotografica e quasi vedo il mio riflesso sul barilotto dell'obiettivo. Rido da sola.

 

Stare qui in mezzo fa bene. Fare un corso di cucina così è come spogliarsi della propria identità e prendere un nuovo ruolo per circa un paio d'ore; sono tre settimane che in pratica non cucino davvero, ma stasera è diverso: stasera posso tirare la sfoglia a mano ed essere imperfetta come le pieghe che si fanno per chiudere l'erbazzone (l'importante è esser buoni).

 

 

Ma non finisce tutto fra quelle pareti verdi.

Ti porti il mini-erbazzone a casa e lasci che durante la cottura riempia il tuo piccolo appartamento di profumi; lasci che ti faccia scoprire che il tuo forno è un po' "così-così" che invece di 35 minuti ci vuole più di un'ora perché cuocia, ma stai lì a guardarlo mentre si indora e senti che cambiare panni, ogni tanto, non è così male se la traduzione è buona e sei riuscita a pulire la 6.

 

Quando si raffredda lo tagli in pezzettini e briciole con cui vantarti "L'ho fatto io". Magari a Roma, la prossima volta, ci porto quello fatto da me.

 

 

 

 

Grazie di nuovo a Save the Zdora, spaccate!

 

 

 

Glossario

 

* Zdora: italianizzato da zdaura/zdoura/rezdora/arzdoura (le varianti dipendono da provincia a provincia, anzi, da paese a paese), è la "massaia", la mitologica donna di casa che fa la pasta a mano e tiene tutti a bada.

 

* Burazzo: canovaccio in Emilia. Solo che non riesco a dire canovaccio, non mi viene proprio.

 

* 6: Canon 6D, una delle mie macchine fotografiche (la mia preferita)

 

TE PROPIA 'NA BRÈEVA ZDŌRA: sei proprio una brava zdora

 

 

G.

 

 

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