Gianni, un monologo a due

April 11, 2016

 

Lei mi ha avuta con le lacrime e lo stupore di chi capisce una parola dopo l'altra, una discesa profonda, un gesto di stizza in un sorriso.

Mi ha avuta coi pugni chiusi e i capelli biondi, le scarpe spaiate e un cane immaginario, con una voce non sua, anche se era lì, forse.

 

Caroline è l'attrice che mi ha commossa due volte a fine novembre (due come gli spettacoli, uno di sabato e l'altro di domenica), e una terza volta venerdì sera al Teatro delle Briciole di Parma. In questo caso ho partecipato da "semplice spettatrice" e, come le ho scritto, è stato quasi strano essere a sedere.

 

Mesi fa con la sei (che è il modo in cui chiamo amichevolmente la mia macchina fotografica, una Canon 6D), l'altra sera con le mani giunte in grembo continuamente a cercarsi.

 

[ Piccola digressione: per Aristotele le mani sono una diramazione del cervello.

Compio una serie di riti, gesti di autoconforto, le mani che si rincorrono. Quando non potevo usare le mani, era la sei ]

 

A novembre, dicevo, ho lavorato per l'Organizzazione Scenario fotografando la prima dei 4 spettacoli vincitori del Premio del 2015 al Teatro Litta di Milano. Fra di loro, Gianni.

Ho pianto mentre fotografavo.

A dir la verità non ho molto da dire oltre a questo: non sono un critico teatrale quindi non ho idea di come si faccia l'analisi di uno spettacolo.

 

 

Se dovessi farla, parlerei di come Caroline entra in scena nascosta da una montagna di scarpe spaiate e di come piovono quando inciampa rotta dalla fatica; di come dialoga con se stessa e la voce dello zio, anzi, di come lo zio le presta le parole e il crescendo d'intensità. Della verità che che si sparge ovunque e della forza che non ti aspetti quando conosci la fine. Dei gesti, della luce che delinea l'io e il tu, del passo claudicante per le scarpe che lei indossa, una da uomo e una da donna.

 

Mi chiedo cosa pensa Caroline prima di ogni spettacolo e cosa pensa sul palco, mentre sistema le scarpe e si sdraia a terra, mentre dice la mia vita è un cerchio che io non riesco a spezzare, mentre urla la rabbia di Gianni che vuole e non ha, quando balla con le ombre su Space Oddity.

 

Io vedo e ascolto tutto questo dal mirino della mia macchina fotografica, e devo trovare un equilibrio tra il fare e il restare attaccata a quel palco, materialmente uno scatto dopo l'altro, la concentrazione del fotografare uno spettacolo che non conosci anticipando i gesti e interpretando le intenzioni; una specie di metabolismo e funambolismo fra quello che i miei occhi assumono e quello che le foto dovranno restituire.

Anche il mio è un monologo a due, forse.

 

C'è la gallery dedicata a Gianni con le immagini che ho scattato in quel weekend di novembre. Mi piacerebbe che le guardassi e mi dicessi cosa vedi.

 

G.

 

1/5

 

Lo spettacolo

Avevo circa tredici anni. Mio padre tornò a casa e disse che era arrivato il momento di occuparci di Gianni. Era un gigante Gianni. Alto quasi due metri, ma a me sembravano tre. 
Gianni era proprio grosso e nella mia mente è un film in bianco e nero.
Gianni sembra oggi un ricordo lontano, ma era lontano anche quando c’era. 
Era lo zio con problemi maniaco-depressivi che mi faceva paura. Aveva lo sguardo di chi conosce le cose, ma le ripeteva dentro di sé mica ce le diceva. Fumava e le ripeteva dentro di sé. 
Gianni non stava mai bene. Se stavamo da me voleva tornare a casa sua. Se stava a casa sua voleva uscire. Se era fuori voleva tornare dentro. Dentro e fuori è stata tutta la sua vita. Dentro casa. Dentro il Cim. Dentro la malattia. Dentro al dolore. Dentro ai pensieri. Dentro al fumo. Dentro la sua macchina.
E fuori. Fuori da tutto quello che voleva. 
Non aveva pace Gianni. Ogni centimetro della sua pelle trasudava speranza di stare bene. Stare bene è stata la sua grande ricerca.
Ma chi di noi non vuole stare bene?
Cercava le "condizioni ideali" Gianni, e parlava, parlava di "quando prima". "Prima" era una delle sue parole preferite. Prima Gianni stava bene, si era ammalato da giovane, ma non così giovane da non potersi ricordare del "prima", del basket e delle donne che aveva avuto. 
Nel 2004, in una scatola di vecchi dischi, ho trovato tre cassette. Tre cassette dove Gianni ha inciso la sua voce, gridato i suoi desideri, cantato la sua gioia, espresso la sua tristezza. 
Per dieci anni le ho ascoltate riflettendo su quale strano destino ci aveva uniti. Un anno prima della mia nascita Gianni incideva parole che io, e solo io, avrei ascoltato solo venti anni dopo. E improvvisamente, ogni volta mi torna vicino, grande e grosso, alto tre metri e in bianco e nero.

Please reload

Post in evidenza

I tuoi video a casa - 10 consigli semplici per realizzare video che funzionano

April 27, 2020

1/10
Please reload

Post recenti

March 19, 2018

March 14, 2018